SWEDinMAG 07/2026 - Cio' che ci rende riconoscibili

Luglio

Cio' che ci rende

riconoscibili

Il Made in Italy viaggia (anche senza Mondiali di calcio): l’eccellenza non è un’etichetta, ma un metodo
 
L’estate è spesso il momento in cui si rallenta il ritmo, si osservano i risultati rag- giunti e si riflette sui nuovi obiettivi. Da imprenditore, affronto questa stagione con soddisfazione e con una convinzione che negli anni si è rafforzata sempre di più: il Made in Italy continua a rappresentare nel mondo uno standard qualitativo unico, riconosciuto e apprezzato ovunque, purché sia sostenuto da persone che credono realmente nel valore di ciò che producono.
Per me la qualità non è uno slogan. È una responsabilità quotidiana che coinvolge ogni componente, ogni processo e ogni scelta. Significa selezionare con attenzione le materie prime, curare la qualità dei meccanismi, delle guarnizioni, dei gruppi elettrici, delle schede digitali e persino dei materiali utilizzati per garantire la sicurezza dell'imballaggio. Significa seguire con la stessa attenzione tutte le fasi produttive: dall’assemblaggio ai collaudi, dal controllo qualità fino alla spedizione e alla consegna finale al cliente. Per non parlare della costante assistenza post-vendita.
Sono questi dettagli, spesso invisibili agli occhi di chi osserva il prodotto finito, che permettono all’eccellenza italiana di mantenere la propria reputazione internazionale. È una cultura del lavoro che appartiene alla nostra tradizione manifatturiera e che abbiamo il dovere di custodire e innovare ogni giorno.
Questo numero del magazine è attraversato proprio da questo filo conduttore: la valorizzazione delle nostre radici e la capacità di trasformarle in opportunità future.
 
 
 
 
 
 
Siamo reduci da un importante viaggio a Bogotá, dove abbiamo avuto l’opportunità di pre-sentare Atlante, la nostra macchina per la produzione della pasta fresca. A curare le dimostrazioni live nello stand è stata Lucia Fontana, una nostra giovane dipendente che, essendo nativa dell’Argentina, è riuscita a rispondere in maniera chiara e fluente ad ogni domanda e curiosità, facendo sentire tutti i clienti e gli avventori sempre al centro del nostro interesse, esaltando cosi sia il nostro modo di interagire sia il prodotto da promuovere.
Un’esperienza che ci ha ricordato ancora una volta quanto la pasta sia uno dei simboli più autentici dell’Italia nel mondo. Non è un caso che proprio nel mese di luglio si celebri la Giornata Mondiale della Lasagna (il 29 per l’esattezza), uno dei piatti che più rappresentano la nostra cultura gastronomica. Celebrare queste tradizioni non significa guardare al passato con nostalgia. Significa ricordare da dove veniamo per comprendere meglio dove possiamo ancora arrivare. Ogni piatto di pasta racconta una storia fatta di territorio, competenze, passione e innovazione: gli stessi valori che guidano il nostro lavoro quotidiano.
E se la pasta nasce dalla farina, non poteva mancare in questo numero l’intervista a un imprenditore che stimo profondamente e che considero anche un amico, Rossano del Molino Orsili. La sua azienda esporta farine in tutta
Europa ed è un esempio concreto di come si possa avere una visione commerciale, moderna e internazionale senza rinunciare alla passione artigiana e alla freschezza del prodotto.
Persone come lui rappresentano uno stimolo continuo per chi, come me, crede nella crescita attraverso il confronto e la condivisione delle esperienze. La sua farina viene utilizzata nei corsi del nostro Swedlinghaus Lab ed è apprezzata dai grandi chef che collaborano con noi nella formazione dei nostri iscritti. È una delle tante realtà del settore food con cui amiamo costruire relazioni solide e durature, perché siamo convinti che la qualità si alimenti anche attraverso il dialogo e la collaborazione tra professionisti che condividono gli stessi valori.
Tra questi valori c’è la voglia di migliorarsi, di studiare, di fare formazione di crescere e incuriosirci insieme. Noi attraverso lo SwedlinghausLab vorremmo realizzare proprio questo. Ecco perché parleremo di una ricetta tipica marchigiana, tra i protagonisti dei corsi della nostra cucina atelier: i Vincisgrassi, che è riduttivo chiamare ‘la versione marchigiana della lasagna emiliana’, ma lo scoprirete solo... leggendo.
Considero quindi queste pagine come un ideale benvenuto rivolto a chi ha deciso di affacciarsi alla nostra realtà, per scoprire i punti in comune che ci uniscono: la ricerca della qualità, la passione per il lavoro ben fatto e la volontà di crescere senza mai perdere la propria identità.
Mi permettete alle fine una considerazione strettamente personale, anche per sdrammatizzare un po’? 
È vero, quest’anno ai Mondiali non ci siamo. E per chi ama il calcio come me, fa male quasi quanto un rigore sbagliato al 90°. Anche perché, vi confesso, avendo una sede aziendale a Miami e essendo di rientro dalla fiera di Bogotà, mi avrebbe fatto piacere organizzare una tappa in un stadio americano per tifare la nostra nazionale, e invece... Ma, per fortuna, c’è un’altra maglia azzurra che continua a essere applaudita ovunque: quella del Made in Italy, che, grazie al connubio tra l’ingegno e la qualità, non conosce eliminazioni e continua a rappresentare il nostro Paese con orgoglio nel mondo.
Con questo spirito vi auguro una buona lettura e una serena estate, con l’auspicio che questi mesi possano essere un’occasione per ricaricare energie, coltivare nuove idee e continuare a credere nel valore delle cose fatte bene.
Perché è proprio da lì che nasce ogni eccellenza.





Parlare la stessa
lingua alla Fiera di Bogota'
Lucia Fontana racconta la prima presenza di Swedlinghaus ad ALIMENTEC: dimostrazioni, dialogo con i clienti
e nuove prospettive per il mercato latinoamericano
 
di Silvia Remoli
 
Dal 9 al 12 giugno Swedlinghaus ha partecipato per la prima volta ad ALIMENTEC di Bogotá, una delle principali fiere del settore alimentare dell’America Latina. A rappresentare l’azienda c’erano Davide Longo e Lucia Fontana, che grazie alla sua perfetta conoscenza dello spagnolo ha seguito dimostrazioni tecniche, assistenza ai clienti e incontri commerciali. Le abbiamo chiesto di raccontarci questa esperienza.
 
Lucia, partiamo dall’inizio. Qual era la missione di questo viaggio in Colombia?
L’obiettivo era duplice: da una parte offrire assistenza ai clienti che esponevano le nostre attrezzature in fiera, dall’altra conoscere meglio un mercato che per Swedlinghaus rappresenta una nuova opportunità di crescita. Era la prima volta che partecipavamo ad ALIMENTEC e volevamo capire da vicino il potenziale dell’America Latina, incontrando sia clienti storici sia aziende che avevano acquistato da poco i nostri macchinari.
 
Sei stata il punto di riferimento durante le dimostrazioni. Com’era organizzata la tua giornata?
Molto intensa! Trascorrevo gran parte della giornata nello stand di un nuovo cliente, dove erano state programmate diverse dimostrazioni della nostra macchina per la pasta fresca Atlante. Mostravo ogni fase della lavorazione, spiegavo il funzionamento del macchinario e rispondevo alle domande dei visitatori. Nei momenti liberi raggiungevo Davide per visitare altri clienti presenti in fiera, incontrare nuovi contatti e fare networking. Le giornate erano davvero piene, ma estremamente stimolanti.
 
Parlare perfettamente lo spagnolo è stato un valore aggiunto?
Assolutamente sì. Essendo madrelingua spagnola mi sono sentita subito a mio agio e credo che anche i visitatori lo abbiano percepito. Spiegare il funzionamento della macchina nella loro lingua, con calma e senza fretta, ha creato un clima di fiducia. Per molti la pasta fresca era un mondo completamente nuovo e poter seguire ogni passaggio, facendo domande e ricevendo risposte immediate, ha reso le dimostrazioni molto più coinvolgenti.
 
Atlante è stata la protagonista dello stand. Qual è stata la reazione del pubblico?
La curiosità era davvero tanta. Molte persone si fermavano inizialmente perché attirate dalla macchina, ma era durante la dimostrazione che nasceva il vero interesse. Ho notato che quando raccontavo che si trattava di tecnologia italiana si accendeva subito qualcosa: l’Italia viene associata automaticamente alla qualità della pasta e della pizza. Poi, però, era la prova pratica a convincere tutti. Vedere Atlante lavorare dal vivo con semplicità e precisone, valeva molto più di qualsiasi spiegazione.
 
 


 

Oltre alle dimostrazioni, cosa ti porti a casa dal rapporto con clienti e visitatori?
Sicuramente il clima che si è creato. Fin dal montaggio dello stand abbiamo instaurato un bellissimo rapporto con il cliente e con tutto il suo staff. Ho trovato persone molto curiose, disponibili e desiderose di imparare. È nata una sintonia naturale che mi fa pensare possa trasformarsi in una collaborazione importante anche in futuro.
 
Dal punto di vista personale, cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Mi ha dato molta più fiducia nelle mie capacità. Tornare da un viaggio così significa sentirsi cresciuti, sia professionalmente sia come persona. Quando affronti un’esperienza internazionale, impari ad adattarti, a comunicare con culture diverse e a gestire situazioni nuove. Tutto questo ti spinge ad avere ancora più voglia di metterti in gioco e ad allargare i tuoi orizzonti.
 
E della Colombia cosa ti ha colpito di più?
Senza dubbio le persone. Ho trovato un’accoglienza straordinaria: sono gentili, calorosi e ti fanno sentire subito il benvenuto. Bogotá mi è piaciuta molto, anche se il suo clima è davvero imprevedibile: nell’arco della stessa giornata si possono vivere tutte e quattro le stagioni! Anche il cibo mi ha fatto un’ottima impressione e, pur avendo avuto poco tempo libero, tutto quello che ho assaggiato mi è piaciuto molto.
 
Se dovessi riassumere ALIMENTEC con una sola parola?
Opportunità. Perché ci ha permesso di far conoscere la qualità Swedlinghaus in un mercato nuovo, di costruire relazioni concrete e di capire quanto interesse ci sia verso la tecnologia italiana. È stata una prima esperienza che ci lascia entusiasmo e tanta voglia di tornare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Molino Orsili: quando la tradizione
diventa innovazione
Intervista a Rossano Orsili, socio dell’azienda leader nella produzione di farine
 
di Silvia Remoli
 
Da oltre sessant’anni il Molino Orsili macina non solo grano, ma idee. Un’azienda di famiglia che ha attraversato generazioni, evolvendosi insieme al mercato senza mai perdere il legame con il territorio e con la qualità. Oggi, alla guida ci sono Rossano Orsili insieme ai cugini Imerio e Luca: una squadra che ha saputo trasformare un molino storico in una realtà moderna, capace di parlare ai professionisti dell’arte bianca, agli appassionati e ai mercati internazionali. Inoltre, nello SwedlinghausLab, la farina Orsili è una delle eccellenze protagoniste sui banconi della cucina attrezzata.
Abbiamo incontrato Rossano Orsili per ripercorrere la storia dell’azienda e scoprire la filosofia che guida ogni scelta, dalla selezione del grano fino ai nuovi progetti dedicati all’ospitalità.
 
Rossano, ci racconti la storia del Molino Orsili?
La nostra storia comincia il 6 novembre 1961. Un percorso costruito con sacrificio e passione dalle generazioni che ci hanno preceduto. Per tanti anni l’azienda è stata guidata da mio padre Mario e suo fratello, mio zio Antonio Orsili, fino ai primi anni Duemila, quando è arrivato il passaggio generazionale. È stato allora che siamo entrati in azienda io e i miei cugini Imerio e Luca, con l’obiettivo di custodire quanto avevamo ricevuto e portarlo verso il futuro.
 
Come siete riusciti a gestire il ricambio generazionale?
Abbiamo capito subito che serviva organizzazione. Mi piace paragonare l’azienda a una squadra di calcio: ogni reparto ha un ruolo preciso e tutti devono lavorare in sintonia.
Ognuno di noi ha assunto responsabilità specifiche: produzione, logistica e punto vendita sono mondi diversi, ma profondamente collegati. Questa suddivisione ci ha permesso di crescere e affrontare con maggiore efficacia i cambiamenti del mercato.
 
Oggi cosa significa produrre una farina di qualità?
Significa offrire un prodotto affidabile, sempre.
Il professionista di oggi è molto preparato, ma anche chi prepara pane o pizza in casa ha sviluppato competenze importanti. Non si parla più soltanto di farine “forti” o “deboli”: oggi si valutano proteine, forza, prestazioni e comportamento dell’impasto. Per questo ogni lotto viene controllato internamente. Se una farina non raggiunge gli standard che ci siamo prefissati, semplicemente non viene confezionata. È un lavoro impegnativo, ma è ciò che garantisce continuità e fiducia ai nostri clienti.


 
 

A chi si rivolgono le vostre farine?
Il nostro pubblico è molto vario. Lavoriamo con panificatori, pizzaioli, pasticceri, ristoratori, ma anche con tanti appassionati che desiderano ottenere risultati professionali nella propria cucina.
Distribuiamo attraverso vendita diretta, rivenditori, piccoli e grandi negozi alimentari, distributori specializzati e shop online. Ci piace immaginare il viaggio della nostra farina fino al momento in cui diventa pane, pizza o dolce sulla tavola di qualcuno.
 
Quali sono i prodotti che vi rappresentano maggiormente?
Le miscele dedicate alla pizza stanno ottenendo risultati molto importanti anche all’estero. In particolare la Pizza Mix Bianca e la Pizza Mix Gialla sono tra le più richieste in tutta Europa.
Un altro prodotto simbolo è la nostra Tipo 1 con germe di grano: una farina che conserva profumi intensi, grande fragranza e una straordinaria friabilità, caratteristiche molto apprezzate dai professionisti.
 
Qual è il valore aggiunto del vostro metodo di lavoro?
Il nostro segreto? La freschezza! Abbiamo scelto di lavorare con poco magazzino. Preferiamo produrre e distribuire rapidamente piuttosto che conservare il prodotto a lungo. Ci piace dire che, una settimana prima, quel grano era ancora nel campo e poco dopo è già sul banco dei nostri clienti. È questa velocità che permette di preservare aromi, caratteristiche organolettiche e prestazioni della farina.
 
Negli ultimi anni il settore è cambiato profondamente. Come avete affrontato questa trasformazione?
È cambiato il modo di consumare pane e prodotti da forno. Le abitudini alimentari sono diverse, c’è molta più attenzione alla nutrizione e il mercato è diventato estremamente competitivo.
Molti hanno scelto di puntare sul prezzo. Noi abbiamo deciso di percorrere una strada diversa: investire sulla qualità, perché esiste una fascia di clienti che continua a cercare identità, eccellenza e affidabilità. È con loro che vogliamo crescere.
 
Nel 2017 nasce la vostra Academy. Da dove è partita questa idea?
Da una cena con alcuni pizzaioli. Ricordo che nessuno di loro era nostro cliente, ma tutti frequentavano corsi di formazione con grandi maestri del settore. In quel momento ho capito che il mercato stava cambiando: non bastava più produrre un’ottima farina.
Bisognava creare cultura. Così è nata la nostra Academy, uno spazio dedicato alla formazione, al confronto e alla crescita, aperto sia ai professionisti sia agli appassionati.
La collaborazione con figure di riferimento ha dato ulteriore forza al progetto, che oggi rappresenta uno degli aspetti di cui andiamo più orgogliosi. In sintesi, per me l’Academy fa sì che la formazione diventi un valore imprescindibile.
 
C’è una ricorrenza che torna spesso nella tua storia professionale: il primo aprile, una data speciale...
Sì, il primo aprile. Il 1° aprile 1997 ho iniziato a lavorare in azienda. Il 1° aprile 2017 abbiamo lanciato contemporaneamente lo shop online e l’Academy. Due iniziative che hanno cambiato il nostro modo di fare impresa. Poi, il 1° aprile 2019, abbiamo aperto le vendite online in tutta Europa.
Guardando indietro, credo che tutte queste tappe abbiano una cosa in comune: ogni tanto bisogna fermarsi, osservare il mercato e capire dove sta andando.
 
Che cosa significa, oggi, guidare un’azienda?
Per me essere imprenditori oggi significa passare dall’essere solo operativi all’essere anche strategici.
Per anni ho lavorato concentrandomi soprattutto sul fare. Oggi credo che un imprenditore debba saper costruire una squadra, delegare e ritagliarsi il tempo per riflettere.
Solo rallentando si riesce davvero a vedere il sentiero che abbiamo davanti.
 
 
 



Dal molino all’accoglienza: negli ultimi anni tu hai anche investito anche nel turismo. Perché?
Perché crediamo nelle Marche.
Abbiamo sviluppato un progetto di ospitalità diffusa, chiamato OTZIO, con circa 35 posti letto perché siamo convinti che il turismo rappresenti una grande opportunità.
Ma il territorio non deve essere sfruttato: deve essere valorizzato. Dobbiamo offrire servizi, esperienze e autenticità a chi sceglie di venire qui.
 
Che consiglio dai a chi arriva nelle Marche?
Di viverle davvero. Il mio saluto di rito è «Sentitevi a casa».
Non limitatevi a visitarle queste terre: pedalate tra le colline, scoprite i borghi, partecipate ai festival, visitate le cantine, concedetevi un pasta tour o un wine tour.
E trovate anche il tempo di non fare nulla. Perché anche l’ozio, da cui il nome OTZIO, inteso come relax, calma, osservazione, tempo dilatato, ascolto dell’ambiente che ci circonda, qui, fa parte dell’esperienza.
 
Se dovessi riassumere il futuro del Molino Orsili in una frase?
Continuare a innovare senza perdere il profumo della tradizione. Perché la qualità nasce dall’esperienza, ma cresce soltanto quando si ha il coraggio di guardare avanti.
 
 
 
 
 
 
 
I Vincisgrassi, il piatto delle domeniche
marchigiane
7 strati di gusto, più di una lasagna: tra i preferiti anche di Giacomo Leopardi, continuano a raccontare storia, famiglia e sapori autentici
 
di Silvia Remoli
 
Se li chiamate “lasagne”, nelle Marche qualcuno potrebbe storcere il naso. Perché i vincisgrassi sono molto di più: sono un simbolo della cucina marchigiana, un rito di famiglia, un piatto che custodisce la storia di un territorio e che, a quanto pare, conquistò perfino Giacomo Leopardi.
A raccontarlo è Nadia Pieroni, anima della cucina di SwedlinghausLab e profonda conoscitrice della tradizione gastronomica marchigiana, che dei vincisgrassi custodisce non solo la ricetta, ma anche i ricordi e i gesti tramandati dalle vergare di una volta. Non solo, nella cucina attrezzata della nostra azienda ha dedicato giornate intere a spiegare, mostrare, realizzare e fare assaggiare questa esplosione di gusto ‘multistrato’.
 
Altro che lasagna!
Senza nulla togliere al primo piatto emiliano, che viene festeggiato il 29 luglio a livello planetario, un po’ di sano campanilismo ci porta ad esaltare un’opera tutta locale, che non ha nulla da invidiargli.
”I vincisgrassi sono un piatto iconico della nostra tradizione”, spiega Nadia. Le loro origini affondano nel Settecento, già documentate durante il periodo napoleonico, e il loro regno è quello del Maceratese e del Fermano (non a caso proprio i vincisgrassi sono stati protagonisti di una puntata del reality culinario 4 Ristoranti, condotto da Alessandro Borghese, registrata nel nostro entroterra), anche se ormai rappresentano l’intera regione.
La tentazione di definirli una semplice lasagna è forte, ma sarebbe un errore. La differenza è sostanziale. La lasagna, ricorda Nadia, è più morbida, ricca di besciamella, con pochi strati e un ragù generalmente più semplice. I vincisgrassi, invece, sono una costruzione gastronomica imponente: una stratificazione di sfoglia all’uovo tirata rigorosamente a mano con il matterello, alternata a un ragù ricco e saporito che racconta la cucina contadina marchigiana.
 
 
 
 

La ricetta? Una per ogni famiglia
Se c’è una certezza sui vincisgrassi è che non esiste una sola ricetta.
Ogni casa marchigiana custodisce la propria versione, perché la cucina rurale è sempre stata fatta con ciò che offrivano l’aia e la dispensa. Negli anni è stata codificata una ricetta tradizionale che prevede un tocco di vino cotto nell’impasto della sfoglia e, nel ragù, prosciutto crudo e un delicato profumo di tartufo.
Ma le personalizzazioni non sono mai mancate. C’è chi aggiunge un ingrediente, chi ne elimina un altro, chi segue fedelmente il ricettario della nonna.
E la besciamella? Qui il dibattito è aperto.
“Nelle ricette moderne è prevista”, racconta Nadia, “ma le vergare di un tempo spesso non la utilizzavano, preferendo insaporire il tutto con il pecorino.” Anche la mozzarella, del resto, è considerata un’aggiunta relativamente recente.
 
Almeno sette strati... ma abbondare è sempre meglio
Una regola, però, sembra mettere tutti d’accordo: gli strati.
Sette rappresentano il minimo sindacale. Ma, come sorride Nadia citando il vecchio detto latino, melius abundare quam deficiere: meglio abbondare che scarseggiare.
La sfoglia, una volta tirata sottilissima, viene tagliata a losanghe, sbollentata, fatta asciugare sui canovacci e poi assemblata con il ragù, parmigiano e, a seconda della ricetta, besciamella o pecorino.
La superficie, naturalmente, è il premio finale: quella crosticina dorata e croccante che tutti cercano di conquistare quando la teglia arriva in tavola.
 
Un profumo che sa di Marche
Preparare i vincisgrassi significa riempire la casa di profumi.
Il ragù sobbolle lentamente per ore, mentre sedano, carota e cipolla si fondono con maggiorana, noce moscata, pepe e passata di pomodoro. Le carni sono protagoniste assolute: non solo manzo e maiale, ma soprattutto quelle degli animali da cortile e le rigaglie, lavorate secondo
 
un’antica sapienza contadina.
I diversi tagli vengono battuti al coltello oppure sfilacciati a mano, così che, tra uno strato e l’altro, si incontrino bocconi corposi e aromatici che rendono ogni forchettata diversa dalla precedente.
 
Il piatto della domenica... che iniziava il venerdì
La magia dei vincisgrassi non nasce la domenica mattina.
Anzi.
“Nessuno li improvvisa”, racconta Nadia. “Bisogna studiarli.”
Il lavoro iniziava già il venerdì, quando il ragù veniva messo sul fuoco per cuocere lentamente. Nel frattempo si preparava la sfoglia, che aveva bisogno del suo tempo per asciugarsi.
Nelle famiglie numerose la produzione era così abbondante che le grandi sfoglie all’uovo - le cosiddette pannelle - venivano stese ad asciugare sulle tovaglie sistemate direttamente sopra i letti, come fossero lenzuola. Un’immagine che Nadia conserva ancora nei ricordi d’infanzia: stanze trasformate in laboratori domestici, tavoli occupati da matterelli, canovacci e pentole fumanti, mentre tutta la famiglia partecipava ai preparativi del pranzo della domenica.
Perché i vincisgrassi non sono soltanto un primo piatto. Sono il tempo dedicato alla famiglia, il profumo che invade la casa, la pazienza delle mani che impastano e la gioia di ritrovarsi tutti insieme attorno alla tavola.
Ed è forse proprio questo il loro ingrediente segreto: quello che, da oltre due secoli, continua a renderli uno dei piatti più amati delle Marche.
Share by: