Senza nulla togliere al primo piatto emiliano, che viene festeggiato il 29 luglio a livello planetario, un po’ di sano campanilismo ci porta ad esaltare un’opera tutta locale, che non ha nulla da invidiargli.
”I vincisgrassi sono un piatto iconico della nostra tradizione”, spiega Nadia. Le loro origini affondano nel Settecento, già documentate durante il periodo napoleonico, e il loro regno è quello del Maceratese e del Fermano (non a caso proprio i vincisgrassi sono stati protagonisti di una puntata del reality culinario 4 Ristoranti, condotto da Alessandro Borghese, registrata nel nostro entroterra), anche se ormai rappresentano l’intera regione.
La tentazione di definirli una semplice lasagna è forte, ma sarebbe un errore. La differenza è sostanziale. La lasagna, ricorda Nadia, è più morbida, ricca di besciamella, con pochi strati e un ragù generalmente più semplice. I vincisgrassi, invece, sono una costruzione gastronomica imponente: una stratificazione di sfoglia all’uovo tirata rigorosamente a mano con il matterello, alternata a un ragù ricco e saporito che racconta la cucina contadina marchigiana.

La ricetta? Una per ogni famiglia
Se c’è una certezza sui vincisgrassi è che non esiste una sola ricetta.
Ogni casa marchigiana custodisce la propria versione, perché la cucina rurale è sempre stata fatta con ciò che offrivano l’aia e la dispensa. Negli anni è stata codificata una ricetta tradizionale che prevede un tocco di vino cotto nell’impasto della sfoglia e, nel ragù, prosciutto crudo e un delicato profumo di tartufo.
Ma le personalizzazioni non sono mai mancate. C’è chi aggiunge un ingrediente, chi ne elimina un altro, chi segue fedelmente il ricettario della nonna.
E la besciamella? Qui il dibattito è aperto.
“Nelle ricette moderne è prevista”, racconta Nadia, “ma le vergare di un tempo spesso non la utilizzavano, preferendo insaporire il tutto con il pecorino.” Anche la mozzarella, del resto, è considerata un’aggiunta relativamente recente.
Almeno sette strati... ma abbondare è sempre meglio
Una regola, però, sembra mettere tutti d’accordo: gli strati.
Sette rappresentano il minimo sindacale. Ma, come sorride Nadia citando il vecchio detto latino, melius abundare quam deficiere: meglio abbondare che scarseggiare.
La sfoglia, una volta tirata sottilissima, viene tagliata a losanghe, sbollentata, fatta asciugare sui canovacci e poi assemblata con il ragù, parmigiano e, a seconda della ricetta, besciamella o pecorino.
La superficie, naturalmente, è il premio finale: quella crosticina dorata e croccante che tutti cercano di conquistare quando la teglia arriva in tavola.
Un profumo che sa di Marche
Preparare i vincisgrassi significa riempire la casa di profumi.
Il ragù sobbolle lentamente per ore, mentre sedano, carota e cipolla si fondono con maggiorana, noce moscata, pepe e passata di pomodoro. Le carni sono protagoniste assolute: non solo manzo e maiale, ma soprattutto quelle degli animali da cortile e le rigaglie, lavorate secondo
un’antica sapienza contadina.
I diversi tagli vengono battuti al coltello oppure sfilacciati a mano, così che, tra uno strato e l’altro, si incontrino bocconi corposi e aromatici che rendono ogni forchettata diversa dalla precedente.
Il piatto della domenica... che iniziava il venerdì
La magia dei vincisgrassi non nasce la domenica mattina.
Anzi.
“Nessuno li improvvisa”, racconta Nadia. “Bisogna studiarli.”
Il lavoro iniziava già il venerdì, quando il ragù veniva messo sul fuoco per cuocere lentamente. Nel frattempo si preparava la sfoglia, che aveva bisogno del suo tempo per asciugarsi.
Nelle famiglie numerose la produzione era così abbondante che le grandi sfoglie all’uovo - le cosiddette pannelle - venivano stese ad asciugare sulle tovaglie sistemate direttamente sopra i letti, come fossero lenzuola. Un’immagine che Nadia conserva ancora nei ricordi d’infanzia: stanze trasformate in laboratori domestici, tavoli occupati da matterelli, canovacci e pentole fumanti, mentre tutta la famiglia partecipava ai preparativi del pranzo della domenica.
Perché i vincisgrassi non sono soltanto un primo piatto. Sono il tempo dedicato alla famiglia, il profumo che invade la casa, la pazienza delle mani che impastano e la gioia di ritrovarsi tutti insieme attorno alla tavola.
Ed è forse proprio questo il loro ingrediente segreto: quello che, da oltre due secoli, continua a renderli uno dei piatti più amati delle Marche.